Poesie · Libro XXI · Rulli di tamburo
Una marcia nei ranghi, incalzati, e la strada sconosciuta
A March in the Ranks Hard-Prest, and the Road Unknown
A march in the ranks hard-prest, and the road unknown,
A route through a heavy wood with muffled steps in the darkness,
Our army foil’d with loss severe, and the sullen remnant retreating,
Till after midnight glimmer upon us the lights of a dim-lighted building,
We come to an open space in the woods, and halt by the dim-lighted building,
’Tis a large old church at the crossing roads, now an impromptu hospital,
Entering but for a minute I see a sight beyond all the pictures and poems ever made,
Shadows of deepest, deepest black, just lit by moving candles and lamps,
And by one great pitchy torch stationary with wild red flame and clouds of smoke,
By these, crowds, groups of forms vaguely I see on the floor, some in the pews laid down,
At my feet more distinctly a soldier, a mere lad, in danger of bleeding to death, (he is shot in the abdomen,)
I stanch the blood temporarily, (the youngster’s face is white as a lily,)
Then before I depart I sweep my eyes o’er the scene fain to absorb it all,
Faces, varieties, postures beyond description, most in obscurity, some of them dead,
Surgeons operating, attendants holding lights, the smell of ether, odor of blood,
The crowd, O the crowd of the bloody forms, the yard outside also fill’d,
Some on the bare ground, some on planks or stretchers, some in the death-spasm sweating,
An occasional scream or cry, the doctor’s shouted orders or calls,
The glisten of the little steel instruments catching the glint of the torches,
These I resume as I chant, I see again the forms, I smell the odor,
Then hear outside the orders given, Fall in, my men, fall in;
But first I bend to the dying lad, his eyes open, a half-smile gives he me,
Then the eyes close, calmly close, and I speed forth to the darkness,
Resuming, marching, ever in darkness marching, on in the ranks,
The unknown road still marching.
Una marcia nei ranghi, incalzati, e la strada sconosciuta,
un percorso attraverso un bosco fitto con passi attutiti nel buio,
il nostro esercito sconfitto con gravi perdite, e il cupo resto che si ritira,
finché dopo mezzanotte brillano su di noi le luci di un edificio fiocamente illuminato,
arriviamo a una radura nei boschi, e ci fermiamo presso l’edificio fiocamente illuminato,
è una grande vecchia chiesa all’incrocio delle strade, ora un ospedale improvvisato,
entrando solo per un minuto vedo una scena al di là di tutti i quadri e i poemi mai fatti,
ombre del nero più profondo, più profondo, appena rischiarate da candele e lampade in movimento,
e da una grande torcia di pece, fissa, con una selvaggia fiamma rossa e nuvole di fumo,
a quella luce, folle, gruppi di forme vedo vagamente sul pavimento, alcuni stesi nei banchi,
ai miei piedi più distintamente un soldato, poco più di un ragazzo, in pericolo di morire dissanguato (è colpito all’addome,)
fermo il sangue per il momento (il viso del giovane è bianco come un giglio,)
poi prima di andare passo lo sguardo sulla scena desideroso di assorbirla tutta,
volti, varietà, posture al di là di ogni descrizione, i più nell’oscurità, alcuni di loro morti,
chirurghi che operano, inservienti che reggono le luci, l’odore dell’etere, l’odore del sangue,
la folla, oh la folla delle forme insanguinate, anche il cortile fuori pieno,
alcuni sulla nuda terra, alcuni su assi o barelle, alcuni sudando nello spasimo della morte,
di tanto in tanto un urlo o un grido, gli ordini o i richiami gridati del medico,
il luccichio dei piccoli strumenti d’acciaio che colgono il riflesso delle torce,
queste cose riprendo mentre canto, vedo di nuovo le forme, sento l’odore,
poi sento fuori gli ordini dati: In riga, uomini miei, in riga;
ma prima mi chino sul ragazzo morente, i suoi occhi si aprono, mi dà un mezzo sorriso,
poi gli occhi si chiudono, si chiudono calmi, e io corro fuori nel buio,
riprendendo, marciando, sempre nel buio marciando, avanti nei ranghi,
la strada sconosciuta ancora marciando.